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cattiva. acida. selvatica.
tendenzialmente asociale. fondamentalmente egoista.

quando entri in ufficio e, sorridendo, ti dicono “bonjour, Elisa”
e tu, pensando “bonjour, un cazzo”, grugnisci

e così le parole.

e così le parole.

l’ansia di non riuscire ad essere all’altezza
di un mondo che sta ad anni luce da me e dalla mai realtà.

circa un anno fa ho scoperto che a Treviso c’è una via chiamata via Castello d’Amore e sono ormai mesi che mi interrogo sul perché mai abbiano chiamato una strada in quel modo. ho sentito nomi di scrittori, re o regine, eventi storici, città importanti, nomi di ogni sorta, ma mai nulla di simile. ho deciso quindi di trovare una chiave di lettura mia, senza cercarla o chiederla. partita da un’idea molto medioevale-romantica, sono passata per un concetto più attuale-pratico e sono arrivata ad immaginare una sorta di torre/sala [l’unica rimasta] di un antico castello, adibita a bordello di classe, molto stile Eyes Wide Shut. 

andare in Prato della Valle,
tatuarmi un trasferello colorato sul polso [sono diventata grande],
canticchiare “London-bridge-is-fallin’-down-fallin’-down-fallin’-down”
e ustionarmi la schiena.

quando m’innamoro scrivo meno, in generale. scrivo meno post-it, scrivo meno appunti, scrivo meno pagine di quadernino argentato, scrivo anche meno post. c’è che tutto quello che mi viene in mente arriva quando mi racconto a Te, o sto al telefono con Te, o sto ridendo con Te, o Ti sto guardando negli occhi, o Ti sto tenendo le mani. quando invece sono per conto mio ed ho una qualsiasi idea che non voglio tenere per me, l’appunto, ma l’appunto per poi raccontarla a Te. quando hai qualcuno con cui parlare liberamente, con cui spiegarti e confrontarti, la necessità impellente di vomitare parole su di un foglio, di carta o elettronico che sia, scema sempre un po’. c’è che la mia gioia, la mia rabbia, le mie paure, la mia noia, la mia quotidianità, le sputo tutte in faccia a Te. c’è che finché le accoglierai come fai con me, con un abbraccio, le mie mancanze si trasformeranno un po’ in presenze.

Che parola vuoi buttare?
Ovvio. Questo aggettivo non lo posso più sentire! Per tutti, tutto è ovvio tranne che per me! Ma chi decide cos’è ovvio? E come mai ciò che è ovvio per me, spesso non è ovvio per gli altri? Usato, abusato, utilizzato impropriamente, al posto di sicuro, certo, si, o peggio, per farti sentire incapace, incompetente, inopportuno, inconsapevole, ignorante, etc. Ovvio che butto via ovvio!

connettersi su facebook solo per scriversi parole a caso.io e le tecnologie abbiamo sempre avuto rapporti a tempo determinato. del resto si sa, i siti, i social, i-defunti-forum, persino i blog sono a scadenza, come lo yogurt: puoi tenerlo in frigo per mesi, anni, secoli ma quando appare il primo granello di muffa non lo vuole più nessuno.

connettersi su facebook solo per scriversi parole a caso.
io e le tecnologie abbiamo sempre avuto rapporti a tempo determinato. del resto si sa, i siti, i social, i-defunti-forum, persino i blog sono a scadenza, come lo yogurt: puoi tenerlo in frigo per mesi, anni, secoli ma quando appare il primo granello di muffa non lo vuole più nessuno.

Quando si ha paura, si ha paura. L’unica cosa che si può fare è stare insieme.

La Pina_Pinocchio

call me Babbo Natale

call me Babbo Natale

ogni volta che ha la paranoia di morire, mio nonno,
insegna a mia madre come fare la tartare 

belle belle le edizioni della BUR,
ma una pagina saltata, una ripetuta e frequenti errori di battitura
non si possono proprio vedere.

[..] solo caratteri deboli e indecisi
(e la cui felicità sarà sempre alla mercé del caso) possono tollerare che una conoscenza imperfetta divenga un inciampo e un’oppressione per tutta la vita

Jane Austen [Emma]

vecchini-ferrovieri-dolci in pensione che, tutte le sere,
girovagano nei dintorni della stazione dei treni e salutano i passanti:
la tenerezza.

col senno di poi..

il fatto che sia stata animatrice e mi senta, inconsciamente, moralmente obbligata ad essere gentile e a dover dare una vaga idea di falsa confidenza, non giustifica chiunque a comportarsi con un-a-conti-fatti-inesistente familiarità e, men che meno, a provarci come se non ci fosse un domani.